Nel centenario del Movimento Comunista in India

Dossier nº32

Il 17 ottobre 2020, il movimento comunista indiano rievoca un secolo di coraggiosa resistenza contro la tirannia, l’oppressione e lo sfruttamento. È stato un secolo di sacrifici da parte di centinaia di migliaia di rivoluzionari del movimento comunista indiano che hanno dedicato la loro vita al sogno di una società egualitaria e veramente democratica. Migliaia di militanti hanno sacrificato la loro vita e sono stati martirizzati nel corso di questo accidentato percorso. E sono molti coloro che continuano a portare avanti il medesimo sogno e la più strenua resistenza nei confronti di uno Stato sempre più repressivo, sempre più incline alla violenza e in effetti sempre più sovversivo.

Con la costanza del loro lavoro, spesso in clandestinità, i comunisti dell’India hanno spinto all’azione centinaia di milioni di persone, con l’obiettivo di cambiare radicalmente la società. Hanno combattuto il settarismo delle lotte religiose e le discriminazioni di casta, hanno mobilitato i lavoratori e i contadini a lottare per l’affermazione dei loro diritti, e hanno contribuito a cambiare la coscienza dei popoli in una direzione progressista, determinati a rendere la società un luogo più vivibile per tutti, per gli emarginati, per coloro che sono sfruttati e per i tanti che restano oppressi. Il movimento comunista è ben consapevole che lo sfruttamento degli esseri umani da parte di altri esseri umani può finire solo con l’instaurazione di una società socialista e con la sua transizione verso il comunismo. E l’impegno per questo obiettivo prosegue anche oggi, nonostante le difficoltà che l’umanità si trova ad affrontare.

I comunisti indiani si considerano patriottici, la loro pratica è profondamente radicata nelle realtà socio-economiche e culturali indiane. E al tempo stesso considerano la loro azione rivoluzionaria in India come una parte intrinseca della lotta internazionale per la liberazione e l’emancipazione dell’umanità tutta. Da sempre essi sono consapevoli che il loro progetto di un futuro comunista è un sogno che condividono con tanti altri compagni in tutto il mondo. Il movimento comunista indiano è sempre stato infatti un movimento profondamente internazionalista. Ha sempre difeso i diritti dei popoli e delle nazioni oppresse in tutto il mondo, anche quando una simile posizione poteva non essere considerata popolare all’interno del paese.

E’ quasi superfluo sottolineare la profonda ispirazione che la Rivoluzione d’Ottobre (1917) ha avuto sulla costituzione stessa del Movimento Comunista indiano – un glorioso episodio, che la Storia ricorda non solo per i decisivi effetti nella lotta contro l’Impero Zarista, ma anche per tutte le nazioni oppresse.. Fu allora che un piccolo gruppo di rivoluzionari indiani determinati a rovesciare il dominio coloniale britannico in India raggiunse da varie parti del mondo Tashkent, in quella che allora era l’Unione Sovietica. Assistiti da M. N. Roy – un rivoluzionario indiano già fondatore del Partito comunista messicano e membro del comitato esecutivo dell’Internazionale comunista – costituirono il Partito comunista indiano. Era il 17 ottobre 1920.

Contemporaneamente al Partito Comunista indiano che si costituiva al di fuori dell’India, l’inizio degli anni Venti vide emergere numerosi gruppi a ispirazione comunisti in diverse parti dell’India, guidati da leader come S.A. Dange a Bombay, Muzaffar Ahmad a Calcutta, M. Singaravelu Chettiar a Madras e Ghulam Husain a Lahore. Le attività del Partito comunista indiano in esilio fornivano a questi gruppi una base teorica-pratica al marxismo-leninismo.

Dal 25 al 28 dicembre 1925 i comunisti che erano in contatto con M.N. Roy tennero una conferenza aperta dei comunisti indiani nella città di Kanpur, nell’attuale stato dell’Uttar Pradesh, e decisero di formare un Partito Comunista Indiano con sede a Bombay. Questo fu il primo passo in territorio indiano nella direzione di un partito comunista integralmente indiano, ed è considerato infatti da una buona parte dei comunisti indiani, come il vero e proprio inizio del movimento comunista indiano.

 

Caption: MN Roy (centre, black tie and jacket) with Vladimir Lenin (tenth from the left), Maxim Gorky (behind Lenin), and other delegates to the Second Congress of the Communist International at the Uritsky Palace in Petrograd. 1920. Credit: Magazine Krasnay Panorama (Red Panorama) / Wikipedia.

M.N. Roy (al centro, cravatta e giacca nera) con Vladimir Lenin (decimo da sinistra), Maxim Gorky (dietro Lenin), e altri delegati al Secondo Congresso dell’Internazionale comunista al Palazzo Uritsky di Pietrogrado. 1920.
Rivista Krasnay Panorama (Panorama Rosso) / Wikipedia.

 

I primi anni

L’obiettivo dei primi comunisti indiani era raggiungere la piena indipendenza dal dominio coloniale britannico e costruire una società in cui i lavoratori potessero essere padroni del proprio destino. L’esempio dell’Unione Sovietica era per loro la prova lampante circa la totale fattibilità di un simile obiettivo. Il loro primo impegno fu quindi un intenso lavoro organizzativo, che verso la fine degli anni Venti rafforzò il movimento sindacale nei centri urbani. Gli anni 1928 e 1929 videro un’ondata di scioperi della classe operaia in tutto il paese, tra cui le lunghe lotte dei lavoratori delle fabbriche tessili di Bombay e dei ferrovieri del Bengala.

L’emergere dei comunisti nella lotta anti-coloniale costrinse il Partito del Congresso, che guidava il movimento nazionalista indiano, ad adottare una posizione più decisa contro il dominio britannico, rispetto alla blanda resistenza che aveva opposto fino ad allora. Nella sessione che il Partito del Congresso tenne nella città di Amedabadh (in Gujarath) nel 1921, due comunisti – Maulana Hasrat Mohani e Swami Kumaranand – presentarono una risoluzione che chiedeva la completa indipendenza dal governo britannico. Nonostante il Congresso avesse deciso di respingere questa mozione, il solo fatto che essa fosse stata proposta e seriamente considerata fu in qualche modo la prova dell’impatto che l’ideologia comunista aveva cominciato ad avere sulla lotta antimperialista.

Preoccupati per la diffusione delle idee comuniste in India e per le implicazioni circa le sorti del suo impero anche fuori dall’India, i britannici montarono una serie di casi di cospirazione contro i primi comunisti. Tra il 1921 e il 1933, molti importanti leader comunisti dell’epoca furono arrestati e incarcerati. Il più importante di questi casi fu quello delle città di Meerut (1929-1933) nell’India settentrionale, che però contribuì in qualche modo a propagare, invece che oscurare, l’ideologia marxista nelle sua potenzialità di liberazione. Sfruttando il grande interesse che questi procedimenti suscitavano nell’opinione pubblica indiana, i militanti comunisti si trovarono a spiegare e difendere il marxismo persino in tribunale. Ventisette dei trentatré imputati vennero condannati ai lavori forzati o alla prigionia. Nel 1934 il governo britannico mise fuorilegge il Partito comunista e tutte le organizzazioni ad esso affiliate, e anche la semplice appartenenza divenne un reato penale. I comunisti proseguirono però la loro attività rivoluzionaria in modo clandestino e continuarono a far crescere la portata e l’adesione al Partito.

Il successo dell’Unione Sovietica – anche nel bel mezzo della Grande Depressione, che devastò il mondo capitalista – attirò numerose persone in tutto il mondo verso il socialismo e l’ideologia marxista. L’India non fece eccezione. Anche se il Partito Comunista Indiano era stato bandito, i suoi militanti continuarono a lavorare nelle fila di varie organizzazioni che facevano parte del movimento nazionalista indiano, incluso il Partito del Congresso. Le attività di partito si svolgevano in modo clandestino ma molte nuove e giovani reclute si iscrissero al Partito Comunista e molti di essi divennero in seguito leader di spicco. Usando questi vari forum, uno dei quali era il Partito Socialista del Congresso o CSP (un blocco di sinistra all’interno del Partito del Congresso), i comunisti si sono impegnati a mobilitare vaste sezioni di persone in varie organizzazioni di massa e di classe di contadini, lavoratori, studenti e scrittori.

 

Caption: Portrait taken outside the jail in Meerut of twenty-five of those who were imprisoned as part of the Meerut Conspiracy Case. Back row (left to right): KN Sehgal, SS Josh, HL Hutchinson, Shaukat Usmani, BF Bradley, A Prasad, P Spratt, G Adhikari. Middle Row: RR Mitra, Gopen Chakravarti, Kishori Lal Ghosh, LR Kadam, DR Thengdi, Goura Shanker, S Bannerjee, KN Joglekar, PC Joshi, Muzaffar Ahmad. Front row: MG Desai, D Goswami, RS Nimbkar, SS Mirajkar, SA Dange, SV Ghate, Gopal Basak. Credit: The Hindu Archives.

Ritratto scattato fuori dalla prigione di Meerut di venticinque di coloro che vennero incarcerati con l’accusa di aver partecipato al famoso caso di cospirazione nella stessa città. Sono riconoscibile nell’ultima fila (da sinistra a destra): K.N. Sehgal, S.S. Josh, H.L. Hutchinson, Shaukat Usmani, B.F. Bradley, A. Prasad, P. Spratt, G. Adhikari. Fila centrale: R.R. Mitra, Gopen Chakravarti, Kishori Lal Ghosh, L.R. Kadam, D.R. Thengdi, Goura Shanker, S. Bannerjee, K.N. Joglekar, P.C. Joshi, Muzaffar Ahmad. Prima fila: M.G. Desai, D. Goswami, R.S. Nimbkar, S.S. Mirajkar, S.A. Dange, S.V. Ghate, Gopal Basak. 
Dagli archivi del quotidiano The Hindu.

 

La crescita delle organizzazioni di massa e di classe

Man mano che cresceva il movimento, i comunisti capivano l’importanza dell’alleanza tra la classe operaia e i contadini per il raggiungimento della completa indipendenza. Capivano il ruolo che i lavoratori rivoluzionari potevano svolgere per paralizzare la macchina dell’amministrazione coloniale, della rete dei trasporti e delle comunicazioni. Il significativo risultato dell’attivismo comunista, fu l’ondata di scioperi della classe operaia che nel 1937 coinvolse 606.000 lavoratori in tutta l’India.

Oltre ai lavoratori, i Comunisti identificarono il ruolo che studenti, giovani e intellettuali avrebbero potuto svolgere nel movimento nazionalista e cercarono di mobilitarli per la causa rivoluzionaria.

Ma soprattutto i Comunisti si resero conto che in un paese come l’India, in cui più dell’80% della popolazione viveva di attività agricole, il processo di liberazione sarebbe stato veramente possibile solo quando i contadini fossero stati mobilitati su larga scala. Così, il Movimento Comunista – che nei primi anni di vita si era mobilitato soprattutto nei centri urbani – iniziò a crescere anche nell’India rurale.

Sulla base di questa consapevolezza, nel 1936 i Comunisti formarono una serie di organizzazioni di massa: la All India Kisan Sabha (AIKS, Sindacato dei contadini di tutta l’India, tuttora attivo con milioni di affiliati, ndr), la All India Students’ Federation (Federazione degli Studenti di tutta l’India) e la Progressive Writers’ Association (Associazione degli scrittori progressisti) così come l’Indian People’s Theatre Association (Associazione dei lavoratori indiani dello spettacolo) che venne fondata nel 1943. Tutte queste organizzazioni gpdettero fin da subito di ua vasta audience e contribuirono a incanalare l’aspirazione di giustizia da parte di ampie fette di popolazione, verso una coscienza rivoluzionaria.

Nell’India rurale il Movimento Comunista si trovò ad affrontare la struttura profondamente radicata del feudalesimo indiano – in particolare il complesso amalgama di casta e classe. Letteralmente inenarrabili le situazioni di sfruttamento dei contadini, da parte della classe dei proprietari terrieri, degli usurai e dei funzionari del governo. Dopo aver pagato l’affitto e le varie quote di debito contratte nel tempo con gli usurai, al contadino restava ben poco per sfamare la sua famiglia. Inevitabilmente strangolata nella spirale di debiti, una larga parte dei contadini finiva per perdere il controllo della terra, ed era costretta a diventare affittuaria. Ancora peggiore la situazione dei lavoratori senza terra alcuna, per lo più appartenenti alle caste cosiddette intoccabili, che erano costretti – con varie misure coercitive, dalla quella fisica alle quelle legate alle consuetudini sociali – a fornire lavoro gratuito e a condurre un’esistenza subumana socialmente sanzionata. La prima delle tante questioni che i comunisti dovettero affrontare nei villaggi fu dunque l’intoccabilità, legata ad altre questioni come i bassissimi salari e le condizioni di lavoro forzato.

Indubbiamente sotto la guida del Partito Comunista, anche il movimento contadino guadagnò consensi e forza. L’appartenenza al Movimento Comunista e in particolare al Sindacato All India Kisan Sabha passò da 600.000 persone nel maggio 1938 a 800.000 nell’aprile 1939. Tra le richieste del movimento contadino c’era l’abolizione del latifondismo e la concessione della proprietà della terra ai contadini, oltre alla fine del lavoro forzato e delle esazioni illegali da parte dei proprietari terrieri nei confronti degli affittuari, la ridistribuzione della terra ai contadini senza terra, il cambiamento radicale del sistema di tassazione della terra e prezzi migliori per i raccolti.

Mentre i comunisti mobilitavano i contadini, la leadership del Partito del Congresso era apertamente allineata con i proprietari terrieri e i quadri di governo pressoché ovunque. La classe dei proprietari terrieri, insieme agli industriali indiani, erano due pilastri di forte sostegno al Partito del Congresso. Di conseguenza, sorsero parecchie tensioni tra i comunisti e le sezioni più conservatrici del Partito del Congresso. I governi provinciali guidati dal Congresso sostenevano apertamente i proprietari terrieri e i capitalisti. Sotto la pressione della destra del Congresso, la leadership del CSP (Congress Socialist Party) espulse i comunisti. In seguito a ciò, come ricorda E.M.S. Namboodiripad (grande intellettuale comunista oltre che Ministro dello Stato del Kerala per ben due mandati), “alcune delle unità statali, distrettuali e locali del CSP (per esempio l’intera base politica del CSP in Kerala) si sono trasferite in toto al Partito Comunista Indiano”.

 

Caption: Circa 1946: Godavari Parulekar, leader of the communist movement and the All India Kisan Sabha, addressing the Warli tribals of Thane in present-day Maharashtra. The Warli Revolt, led by the Kisan Sabha against oppression by landlords, was launched in 1945. Credit: Margaret Bourke-White / The Hindu Archives.

1946: Godavari Parulekar, leader del movimento comunista e dell’All India Kisan Sabha, si rivolge ai tribali Warli di Thane nell’attuale Maharashtra. La rivolta dei Warli, guidata dai Kisan Sabha contro l’oppressione dei possidenti terrieri, venne lanciata nel 1945. 
Margaret Bourke-White / Archivi The Hindu.

 

La seconda guerra mondiale

Allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939, la Gran Bretagna coinvolse militarmente l’India senza neppure consultare i suoi rappresentanti. La guerra causò al popolo indiano enormi sofferenze, a cominciare dall’aumento dei prezzi di tutti i beni di prima necessità che lievitarono enormemente. Alla ferma opposizione del Partito Comunista e alle proteste di massa, il governo britannico rispose con gli arresti in massa. Nel maggio 1941, quasi tutta la dirigenza comunista indiana era in carcere.

Ma la dinamica delle posizioni cambiò dopo che la Germania nazista lanciò l’attacco all’Unione Sovietica il 22 giugno 1941: quella che fino ad allora era stata nel punto di vista dei Comunisti indiani una guerra inter-imperialista, diventò una guerra di tutti, uniti contro il fascismo. L’internazionalismo proletario chiedeva ora ai Partiti Comunisti di tutti i Paesi del mondo di “riconoscere nel fascismo hitleriano il nemico principale, e che la guerra condotta dall’URSS in alleanza con la Gran Bretagna e l’America era una guerra che doveva essere vinta da tutto il popolo con l’obiettivo di difendere la base della rivoluzione mondiale” (“Risoluzione del Polit Bureau del Partito Comunista Indiano, che venne inviata a tutti i membri del Partito come Lettera del Partito no. 56 del 15 dicembre 1941”).

Il Partito del Congresso era all’epoca in fase di delicato negoziato con gli inglesi, che sembravano finalmente disposti ad offrire concessioni – compreso il trasferimento del potere – ma solo dopo la guerra. Le trattative dovettero interrompersi. Si profilava la minaccia di un’invasione giapponese, con la conquista dei territori occupati dagli inglesi a Singapore, Birmania, Malesia e Isole Andamane e l’avanzare del loro esercito verso l’India. Ciononostante, il Partito del Congresso, che aveva a lungo condotto una campagna contro il fascismo, decise che era venuto il momento di impegnarsi anche nella campagna “Quit India”, ovvero nella ferma richiesta ai governanti britannici di “lasciare l’India”, sperando in tal modo di costringere la controparte a un qualche compromesso.

I comunisti si opposero alla “Quit India Resolution” proposta dal Comitato Panindiano del Congresso. Di fronte all’avanzata globale dei governi fascisti, consideravano la richiesta inappropriata per quel particolare momento storico ed erano preoccupati che un eventuale indebolimento degli Alleati avrebbe compromesso lo sforzo bellico antifascista. La posizione dei comunisti  era insomma in dissonanza rispetto al sentimento popolare del paese che era più che mai impaziente di liberarsi del giogo del colonialismo,

Dopo la conquista dell’Indipendenza dell’India, questa posizione fu oggetto di revisione dello stesso Partito Comunista, che concluse che era stato un grave errore andare contro il sentimento popolare durante il movimento “Quit India”. Pur sostenendo la guerra del popolo in ambito internazionale, i Comunisti avrebbero dovuto sostenere la legittima posizione del popolo indiano che chiedeva ai colonialisti britannici di “lasciare l’India” – questa la conclusione del Partito Comunista Indiano. E sebbene l’appello ai britannici di “lasciare l’India” fosse del Partito del Congresso, la maggior parte dei suoi leader venne subito arrestata, evidenziando una totale carenza di direzione e impreparazione da parte dei leader del Congresso su come portare avanti la lotta, in condizioni di repressione su così larga scala. Nonostante la loro opposizione all’appello, i comunisti lanciarono quindi una campagna in solidarietà e per il rilascio dei leader del Congresso incarcerati e chiesero l’istituzione di un governo di unità nazionale.

La messa al bando del Partito Comunista Indiano, imposto nel 1934, fu revocato nel luglio 1942 e i comunisti furono rilasciati dal carcere. Nel mezzo della guerra, la terribile carestia del Bengala del 1943-1944 causò la morte di oltre tre milioni di persone in Bengala, Orissa, Bihar e Assam. Come ha sottolineato l’economista Utsa Patnaik, quell’emergenza fu il risultato di una politica deliberata da parte degli inglesi, “in modo da estrarre risorse dalla popolazione indiana riducendo i consumi di massa al fine di finanziare la guerra degli Alleati in Asia meridionale contro il Giappone”. I comunisti parteciparono attivamente all’approvvigionamento e alla distribuzione di beni di prima necessità. In particolare il Partito si impegnò nella costruzione di un movimento contro i non pochi mercanti e proprietari terrieri che accumulavano cereali e altre merci essenziali, oltre che per smascherare il carattere anti-popolare dell’Amministrazione britannica che favoriva simili sfruttatori. Per salvare le giovani donne dai trafficanti di esseri umani venne fondato il Mahila Atma Raksha Samiti (Comitato in Difesa delle Donne). Squadre di volontari e di medici vennero mobilitate e inviate a prestare soccorso. Il risultato di un lavoro così capillare e instancabile – nonostante la presa di posizione impopolare sulla guerra – fu significativo anche nei decenni successivi: nelle aree rurali dell’India i comunisti hanno mantenuto la loro specifica forza, e il sostegno di massa al Partito non è mai diminuito

 

Caption: A page from Hungry Bengal (1945) by Chittaprosad. Copies of the book were seized and burnt by the British; this drawing is from the only surviving copy (reprinted in facsimile by DAG Modern, New Delhi, 2011). Chittaprosad's drawings on the Bengal Famine were published in the Communist Party of India's journal People's War, helping to intensify popular anger against the British colonial regime.

Una pagina dal libro Hungry Bengal (Bengala affamato, 1945) di Chittaprosad. Copie del libro vennero sequestrate e bruciate dagli inglesi; questo disegno proviene dall’unica copia sopravvissuta e ristampato in facsimile dalla DAG Modern di New Delhi nel 2011. I disegni di Chittaprosad sulla carestia del Bengala sono stati pubblicati su People’s War, storica rivista del Partito Comunista indiano, contribuendo a intensificare il risentimento popolare contro il regime coloniale britannico.

 

L’impennata del dopoguerra

Il dopoguerra ha visto un’impennata delle lotte di massa in India, molte delle quali guidate dal Partito Comunista. La forza che durante la guerra era maturata in molte regioni dell’India, era ora pronta a mobilitarsi con azioni di massa.

Una marea di lotte operaie si maninfestarono in tutto il Paese in risposta al progetto di ridimensionamento di 5-7 milioni di lavoratori oltre che all’aumento del costo della vita. E più che mai sentita restava l’esigenza di rafforzare la lotta per l’indipendenza nazionale. Tra le azioni di massa che videro fortemente protagonista la classe operaia indiana vanno soprattutto ricordati nel 1946 gli scioperi  dei lavoratori del servizio postale, del telegrafo e delle ferrovie.

L’ammutinamento dei marinai (ufficiali junior) della Royal Indian Navy nel febbraio 1946 fu un evento storico. In quella occasione i marinai di Bombay in sciopero issarono la bandiera rossa insieme alle bandiere di altri partiti del movimento nazionalista. Presero le armi e arrestarono i loro superiori. Il 22 febbraio 1946 il CPI sostenne pienamente la rivolta e proclamò lo sciopero generale. In tutto il paese, centinaia di migliaia di lavoratori scesero in sciopero, persino i commercianti chiusero le loro botteghe e anche gli studenti boicottarono le lezioni in massa. Il 23 febbraio i ribelli sulle navi furono costretti alla resa, ma il sostegno popolare che avevano ottenuto grazie alla campagna promossa dai Comunisti impedì il loro totale annientamento.

Sotto la guida dei comunisti, in quello stesso periodo, si registrarono massicce mobilitazioni di contadini contro lo sfruttamento dei proprietari terrieri in varie parti dell’India. Ovunque, il CPI rivendicava l’abolizione di varie forme di oppressione economica e sociale che per secoli avevano gravato sui villaggi indiani. In alcuni luoghi, le mobilitazioni assunsero la forma di rivolte armate guidate dai Comunisti; ci furono massicce mobilitazioni di contadini, uomini e donne insieme, in fuga dagli stati dell’Andhra Pradesh, del Telangana, del Tamil Nadu, del Kerala e del Maharashtra fino al Bengala, all’Assam,Tripura e Kashmir. Tutte queste mobilitazioni ebbero un effetto enorme sulle classi dominanti che reagirono con estrema violenza per reprimerle. Alla fine, i contadini riuscirono a conquistare molti dei diritti per cui si erano battuti, rafforzando ulteriormente il movimento comunista.

 

Caption: BT Ranadive, G Adhikari, and PC Joshi at a meeting of the Polit Bureau of the Communist Party of India at the CPI headquarters in Bombay, 1945. Credit: Sunil Janah / The Hindu Archives.

BT Ranadive, G Adhikari e PC Joshi in una riunione del Polit Bureau del Partito comunista indiano presso la sede del CPI a Bombay, 1945.
Foto di Sunil Janah / Archivi The Hindu.

 

Il Movimento Tebhaga

Dal 1946 al 1950 lo stato del Bengala divenne teatro di una massiccia agitazione contadina guidata dal Partito comunista indiano sotto la bandiera del sindacato pan-indiano All India Kisan Sabha, che passò alla storia com Tebhaga Movement. L’agitazione rivendicava una più equa ripartizione dei raccolti, tra proprietari terrieri e contadini a mezzadria. Secondo le consuetudini in vigore fino a quel momento, ai mezzadri era infatti permesso di trattenere solo la metà di quanto prodotto dalla terra, e il resto andava ai proprietari terrieri. Il Tebhaga Movement chiedeva che la quota dei mezzadri fosse aumentata a due terzi del raccolto, oltre a una sostanziale riduzione delle condizioni di affitto. La parola Tebhaga significa letteralmente “tre quote”, riferendosi alla richiesta di dividere il raccolto in tre parti uguali, due delle sarebbero andate ai mezzadri. Il movimento scoppiò in un periodo in cui, sia a Calcutta che nel distretto di Noakhali, nella parte orientale del Bengala, erano in corso parecchi disordini intercomunitari[1]. Ma anche in quel caso il Movimento Tebhaga rappresentò un glorioso esempio di unità indù-musulmana, fondata su criteri di solidarietà (e quindi di lotta) di classe. Nelle aree controllate dal sindacato contadino (il Kisan Sabha) non si verificò infatti alcuno scontro intercomunitario. Il tributo di sangue durante quel quinquennio di unitaria resistenza, non fu indifferente: 73 morti, tra cui indù, musulmani e uomini e donne tribali, senza distinzione. Nonostante la brutale repressione da parte della Lega Musulmana del Bengala, i diritti dei mezzadri vennero infine riconosciuti in molte regioni dell’India oltre che in Bengala, e proprio grazie alla lotta del Tebhaga Movement.

 

La lotta armata nella regione del Telangana

La lotta armata nella regione del Telangana, dal 1946 al 1951, è stata la più grande rivolta comunista della storia dell’India. Si svolse per l’appunto nel Telangana, una regione di lingua telugu amministrata dalla monarchia di Hyderabad. Durante il dominio coloniale britannico, l’India aveva conservato moltissime regioni che non erano sotto il diretto dominio britannico, sebbene in quanto stati vassalli potevano allearsi sussidiariamente con gli inglesi. Hyderabad, governata dal monarca con il titolo di Nizam, era uno di questi principati. La lotta di Telangana, guidata dal Partito Comunista, scoppiò in contrasto con il dominio autocratico del Nizam e per porre fine allo sfruttamento feudale da parte dei proprietari terrieri. La lotta iniziò con la richiesta di abolire alcune tasse particolarmente inique e contro la consuetudine del vetti (lavori forzati) oltre a rivendicare titoli di proprietà per i contadini che coltivavano le terre. Con l’intensificarsi della mobilitazione comunista, si intensificarono i casi di repressione e le violenze da parte dei Razakar (le milizie armate al servizio del Nizam) con molte perdite soprattutto nelle fila del Movimento che diventò vera e propria resistenza armata. Nel momento culminante, il movimento aveva il controllo completo di 3.000 villaggi con una popolazione totale di oltre tre milioni di abitanti. Come risultato di questa resistenza, un milione di acri di terra venne distribuito tra i contadini. Anche il lavoro forzato venne abolito, il salario giornaliero dei braccianti venne sensibilmente aumentato, oltre all’introduzione di un salario minimo. Anche l’istruzione, una minima assistenza sanitaria e altri servizi per la popolazione, vennero organizzati in questi villaggi mediante comitati auto-organizzati.

Il 13 settembre 1948, ovvero poco più di un anno dopo la dichiarazione di Indipendenza, il neo-nato governo del Congresso lanciò una “azione di polizia” in grande stile, per sopprimere questa grande lotta contadina guidata dai comunisti e per costringere il Nizam ad aderire all’Unione indiana. Il Nizam si arrese e fu annunciata l’annessione dello stato di Hyderabad al resto dell’India. Ma questa annessione non impedì all’esercito indiano di marciare nelle aree contadine in resistenza per sopprimere ogni possibile rivendicazione, oltre a revocare le poche conquiste ottenute. In breve tempo, e nonostante la strenua resistenza della popolazione, molte delle terre che erano state oggetti di redistribuzione tra i contadini, vennero restituite ai proprietari. Ben 4.000 militanti comunisti e contadini vennero uccisi durante la rivolta e la repressione, e più di 10.000 persone sono state rinchiuse nei campi di detenzione e nelle carceri, subendo in molti casi durissimi soprusi e torture.

 

Caption: Mallu Swarajyam (left) and other members of an armed squad during the Telangana armed struggle (1946-1951). Credit: Sunil Janah / Prajasakti Publishing House.

Mallu Swarajyam (a sinistra) e altri militanti durante la lotta armata di Telangana (1946-1951).
Sunil Janah / Prajasakti Publishing House.

 

La rivolta di Punnapra e Vayalar

Punnapra e Vayalar, due villaggi del distretto di Alappuzha nel Kerala, divennero nel 1946 gli epicentri di una grande agitazione contro il dominio autocratico del monarca di Travancore e del suo primo ministro. Come Hyderabad, anche Travancore era un principato e i suoi governanti si rifiutavano di aderire al progetto di India indipendente dalla Corona britannica, proponendo invece di adottare il “modello americano” con un presidente esecutivo invece del sistema parlamentare. In questo complesso frangente, le istanze dei lavoratori oppressi trovarono sostegno e leadership nel Partito Comunista. Ci furono furiose battaglie tra gli operai e la polizia armata, nel corse delle quali – soprattutto tra il 24 e il 27 ottobre – persero la vita diverse centinaia di lavoratori. In meno di un anno il primo ministro fu costretto a lasciare Travancore nell’ignominia, e l’immediata richiesta politica di un governo democratico divenne realtà, con l’annessione di Travancore all’India. La mobilitazione contribuì inoltre al processo di formazione dello Stato linguistico unito del Kerala, con la fusione delle regioni di lingua malayalam: ovvero gli ex principati di Travancore e Cochin, e il distretto di Malabar della presidenza di Madras che era sotto il diretto dominio britannico.

 

Le differenze all’interno del movimento comunista

Alla data della dichiarazione di Indipendenza indiana, il 15 agosto 1947, non erano poche le differenze ideologiche all’interno del movimento comunista indiano. Alla dominazione coloniale, contro la quale i comunisti avevano energicamente combattuto, si era sostituito un Governo indiano. Ma qual era la natura del nuovo Stato e chi erano i nuovi governanti? Era legittimo ravvisare nel nuovo stato indiano uno stato fantoccio, in qualche modo controllato dall’ex potenza coloniale? O era uno stato autenticamente indipendente, radicato nel sostegno delle classi dirigenti indiane? E chi erano le classi dirigenti indiane in questo nuovo contesto? E quale dovrebbe essere l’impegno dei Partiti Comunisti rispetto a questo nuovo Stato e alle sue classi dirigenti? Era possibile ipotizzare una qualche alleanza tra il Partito Comunista Indiano e questi nuovi governanti? O il ricorso alla lotta armata sarebbe stata inevitabile per il rovesciamento del neo-Stato? E quale sarebbe stata la “via giusta”: quella sovietica o la “via cinese”? Oppure era possibile immaginare una “via indiana”? Queste le principali questioni, in sintesi, che il Movimento Comunista dell’India si è trovato ad affrontare in quel momento cruciale, e che hanno visto emergere diverse correnti all’interno del Movimento.

Le differenze si sono intensificate a partire dalla metà degli anni Cinquanta, periodo in cui il problema era come posizionarsi rispetto alle politiche promosse dal governo indiano post-indipendenza, guidato da Jawaharlal Nehru, Leader del Partito del Congresso. Il governo perseguiva una politica estera relativamente indipendente, aveva messo in moto il processo di pianificazione economica e il Congresso sosteneva addirittura che il suo obiettivo era promuovere un modello di sviluppo della società di orientamento socialista. Una sezione del CPI riteneva che i comunisti dovessero collaborare con l’ala di sinistra all’interno del Congresso, rappresentata all’epoca da Jawaharlal Nehru e ritenuta l’espressione della nascente borghesia nazionale, in netta contrapposizione rispetto all’imperialismo britannico (ormai deposto) e al feudalesimo, tutt’altro che sconfitto.

Questo dibattito determinò alla fine la scissione del Partito Comunista Indiano nel 1964. La fazione che si oppose al percorso di cooperazione con il Congresso formò il Partito Comunista dell’India (marxista), o CPI(M); l’altra fazione mantenne il nome di Partito Comunista dell’India (CPI).

Nel 1969, convinti della necessità della lotta armata, altri comunisti formarono il Partito Comunista dell’India (marxista-leninista) o CPI (ML).

 

I governi della sinistra

Una fase cruciale del Movimento Comunista Indiano venne inaugurata con la formazione di governi comunisti a livello statale.

L’India in quanto nazione è costituita da molteplici nazionalità linguistiche, e il sistema politico indiano è in gran parte diviso in stati linguistici (per esempio, il Bengala occidentale per il popolo bengalese, il Tamil Nadu per il popolo tamil). Il movimento comunista ha avuto un ruolo cruciale nella riorganizzazione linguistica degli stati indiani. Sotto gli inglesi e durante i primi anni dopo l’indipendenza, la divisione degli stati in India non aveva alcuna base razionale; gli stati si trovarono demarcati e divisi sulla base di quando e come gli inglesi avevano acquisito quelle regioni. Tutto ciò comportò in alcuni casi l’imposizione di lingue non locali alle popolazioni native, rendendo complicata la loro partecipazione all’istruzione, alla cultura e alla vita politica. I comunisti promossero la formazione di stati linguistici basati su una “idea di India” come stato multinazionale, con molti gruppi linguistico-culturali che costituiscono diverse nazionalità all’interno della complessiva unità della nazione indiana. La rivolta di Telangana e la rivolta Punnapra-Vayalar sono state tra le lotte che hanno galvanizzato i movimenti rispetto alla definizione degli stati linguistici in India.

Il successo registrato in alcune regioni dal Movimento dei Comunisti indiani nell’organizzazione dei contadini, durante e dopo l’indipendenza indiana, ha creato le condizioni per alcune significative vittorie elettorali che hanno portato i Comunisti al Governo di alcuni degli Stati linguisticamente organizzati. Mentre è chiaro che vincere le elezioni e governare non è la strada verso il potere statale per la classe operaia e per i contadini, la possibilità di governare a livello statale ha permesso ai comunisti di elaborare politiche alternative a quelle centrali, con obiettivo beneficio per la popolazione; oltre all’opportunità di sensibilizzazione politica resa possibile dal processo elettorale.

 

Caption: Members of the Samyukta Maharashtra Samiti headed by communist leader SS Mirajkar (third from right, wearing dark glasses) who was then the Mayor of Bombay, demonstrating before the Parliament House in New Delhi, 1958. Credit: The Hindu Archives.

La manifestazione davanti alla Camera del Parlamento di Nuova Delhi dei membri del Samyukta Maharashtra Samiti guidati dal leader comunista SS Mirajkar (terzo da destra, con gli occhiali scuri) che all’epoca era il sindaco di Bombay, 1958.
Archivi The Hindu.

 

Kerala

Fallito il tentativo di formare un governo a guida comunista nello stato dell’Andhra Pradesh, si è registrata una storica vittoria in Kerala. Lo Stato del Kerala si era formato sulla base della comune lingua malayalam nel 1956. Nel 1957, il CPI vinse le prime elezioni dell’assemblea e EMS Namboodiripad prestò giuramento come Primo Ministro Comunista del Kerala il 5 aprile 1957.

I comunisti salirono al potere in Kerala grazie alla forza dei movimenti operai e soprattutto contadini. Nelle aree agricole I comunisti avevano guidato per decenni le lotte dei contadini contro il latifondismo feudale, che infliggeva loro affitti ed esazioni esorbitanti, frequenti sfratti e altre indegnità sociali. Per questo motivo, le riforme agrarie erano naturalmente al primo posto dell’agenda comunista. Il sesto giorno dopo l’elezione al potere nel 1957, il neo-governo comunista del Kerala ha emanato un’ordinanza che vietava lo sfratto dei contadini da parte dei proprietari terrieri. Il ministero ha subito varato inoltre una legislazione sulla riforma agraria – il Kerala Agrarian Relations Bill. I suoi obiettivi includevano la concessione di diritti fondiari permanenti ai coltivatori, la fissazione di un equo canone di affitto, l’imposizione di un limite massimo (o “tetto”) alle dimensioni delle aziende agricole e il diritto degli inquilini di acquistare la terra che stavano coltivando.

Il Governo Comunista in Kerala ha notevolmente ampliato i finanziamenti per l’istruzione, e ha intrapreso riforme nel settore dell’istruzione in funzione di una più partecipe democrazia. Ha inoltre migliorato le condizioni e la sicurezza del lavoro, e alzato la retribuzione degli insegnanti soprattutto nelle scuole private. Anche la sanità pubblica venne ampliata e fu istituita una rete di negozi a prezzi calmierati per rendere accessibili ai più poveri riso e altri beni di prima necessità.

Le misure di riforma agraria hanno profondamente scosso i proprietari terrieri, mentre le riforme dell’istruzione hanno incontrato non poca opposizione da parte dei vertici della Chiesa Cattolica, che gestisce in tutta l’India un gran numero di scuole private. La Chiesa Cattolica e le organizzazioni delle caste dominanti che rappresentavano gli interessi fondiari, si unirono al partito del Congresso per opporsi al Governo Comunista. Promossero  dimostrazioni di protesta che chiamarono ironicamente Vimochana Samaram (“Lotta di liberazione”). Il Partito del Congresso a livello centrale, sfruttò l’occasione per deporre Namboodiripad a capo del Governo del Kerala nel 1959.

I successivi Governi guidati dal Congresso, provarono a diluire la legislazione sulla riforma agraria. Tuttavia, ulteriori azioni legislative e amministrative da parte del governo della sinistra del 1967-69, così come le agitazioni guidate dal Partito Comunista Indiano-Marxista (CPI-M) durante la prima metà degli anni Settanta, portarono all’attuazione di profonde riforme fondiarie che continuarono negli anni successivi. Nel 1993, 2.8 milioni di affittuari agricoli avevano ricevuto il diritto di proprietà o qualche altra forma di tutela, e 600.000 ettari di terra erano stati loro assegnati grazie a queste misure. Nel 1996, erano più di 528.000 i lavoratori agricoli senza terra che avevano ottenuto la concessione di terreni di proprietà.

Le riforme agrarie in Kerala hanno spezzato la schiena al padronato delle caste dominanti, hanno innalzato gli standard di vita di vaste sezioni di contadini e hanno aumentato notevolmente il potere contrattuale dei lavoratori agricoli. Gli investimenti pubblici nell’istruzione e nella sanità hanno portato a un netto miglioramento dell’alfabetizzazione e degli indicatori sanitari. Questi miglioramenti si sono imposti all’attenzione degli analisti e persino accademici sin dalla metà degli anni Settanta, e ciò ha dato origine al concetto di cosiddetto “modello Kerala”.

Le idee di base del “modello Kerala” sono:

1) non è necessario che un paese o una regione diventi “ icco” per apportare miglioramenti significativi alle condizioni materiali di vita delle persone, distribuiti su tutta la popolazione;

2) l’azione pubblica della popolazione stessa può guidare tali cambiamenti costringendo i governi ad adottare misure redistributive e simili programmi.

Il Kerala è oggi lo stato indiano con il più alto tasso di alfabetizzazione e il più basso tasso di mortalità infantile. È anche lo stato con i più alti tassi salariali e le più efficaci misure di sicurezza sociale per i lavoratori. La forza del movimento operaio è stato il fattore decisivo per rendere possibile queste conquiste.

 

Caption: EMS Namboodiripad (right) taking oath as the first Chief Minister of Kerala. Thiruvananthapuram, 5 April 1957. Credit: Rajan Poduval / The Hindu Archives.

EMS Namboodiripad (a destra) mentre presta giuramento come Ministro del Governo del Kerala il 5 aprile 1957 a Thiruvananthapuram. 
Rajan Poduval / Archivi The Hindu.

 

Bengala occidentale

Il Bengala è stata una delle ex province britanniche che più ha sofferto il peso del colonialismo. Milioni di bengalesi morirono in seguito alle carestie indotte dal Governo coloniale, e i contadini bengalesi furono tra i più sfruttati del paese. E la separazione territoriale che il subcontinente subì insieme alla concessione di indipendenza (per cui alcune zone a nord dell’India divennero Pakistan) provocò la morte di centinaia di migliaia di persone nel corso di violente sommosse intercomunitarie su base religiosa, storicamente fomentata dai governanti coloniali britannici e da altre organizzazioni politiche che cercavano di trarre vantaggio da simili divisioni. Massicci furono i flussi di rifugiati dal Pakistan verso l’India e viceversa. Anche il Bengala venne diviso in due, con il Bengala orientale (a maggioranza mussulmana) politicamente annesso al Pakistan. In quel periodo così drammatico per la storia dell’India, i comunisti del Bengala occidentale furono sempre in prima linea nel tentativo di fermare le atrocità e nella richiesta di alloggi e diritto di voto per i rifugiati.

I comunisti si distinsero inoltre per L’opera di soccorso durante la carestia del Bengala, e guidarono il “movimento per il cibo” negli anni ’50, durante il quale si verificò il fenomeno delle cosiddette “processioni degli affamati” (Bhukha Michhil), ovvero fiumane di poveri che dalle campagne si riversavano nelle strade di Calcutta. Tutto ciò contribuì a intensificare l’aggregazione degli strati più poveri della popolazione nelle fila del Partito Comunista.

La riforma agraria diventò una rivendicazione cruciale da parte del Movimento Tebhaga, come già si è detto. E negli anni Cinquanta del secolo scorso il sindacato dei contadini (Kisan Sabha) guidato dai Comunisti, si battè contro lo sfratto dei mezzadri dalle loro terre.

La crescente forza dei Comunisti si rifletteva nelle loro performance elettorali. Il CPI(M) e il CPI parteciparono a governi di breve durata del Fronte Unito, in carica nel 1967-1969 e nel 1969-1970. Nel 1977, il Fronte di sinistra, una coalizione di CPI(M), CPI, e altri partiti di sinistra, vinse le elezioni e formò il governo, e Jyoti Basu divenne Ministro del Bengala Occidentale. Per 34 anni ininterrottamente, i Comunisti furono al governo del Bengala Occidentale.

Il governo del Fronte di Sinistra ha portato avanti le misure di riforma agraria avviate durante il mandato del Fronte Unito. Ha attuato in particolare una riforma nota come “Operazione Barga”, ritenuta fondamentale per il riconoscimento dei diritti dei mezzadri (in bengalese bargadar), garantendo loro una più equa ripartizione dei raccolti. Inoltre il proprietario terriero era tenuto a dare al mezzadro una ricevuta per la parte di sua spettanza, a titolo di garanzia per l’affitto della terra presso le banche. Le estensioni di terra che superavano un certo massimale venivano dichiarate in eccedenza e ridistribuite.

La portata del programma di riforma agraria del Fronte di Sinistra nel Bengala Occidentale può essere misurata dal fatto che più del 50% del numero totale dei beneficiari dei programmi di distribuzione della terra in India proveniva dal solo Bengala Occidentale. Nel 2008, più di 2,9 milioni di persone hanno ricevuto terre agricole nell’ambito dei programmi di distribuzione della terra, più di 1,5 milioni di mezzadri hanno registrato le loro terre e più di 550.000 persone hanno ricevuto terre di proprietà. Inoltre, il 55% dei beneficiari di terreni agricoli apparteneva alle caste Dalit (intoccabili) e alle comunità tribali che rappresentano le fasce più svantaggiate della società indiana.

Un importante risultato dei governi comunisti del Bengala Occidentale è stato il rilancio dell’agricoltura e quindi dei mezzi di sussistenza rurali nello Stato. Gli investimenti pubblici nello sviluppo rurale, compresa l’irrigazione, sono aumentati in modo significativo, consentendo ben tre raccolti all’anno in vasti appezzamenti di terreno che normalmente ne producevano uno soltanto. Le riforme agrarie hanno incoraggiato gli investimenti produttivi da parte dei contadini stessi. Tutto ciò ha portato ad una maggiore crescita agricola nel Bengala Occidentale, e lo Stato è diventato il principale produttore di riso del Paese.

Il processo di decentramento democratico che i governi del Fronte di Sinistra hanno messo in moto ha portato grandi cambiamenti nel Bengala Occidentale rurale. Per esempio la creazione dei Panchayats (istituzioni di autogoverno locale nelle campagne), con il compito di prendere decisioni a livello locale, compresa l’attuazione delle riforme agrarie. Una parte sostanziale dei fondi è stata devoluta dal governo statale alle istituzioni di autogoverno locale. Queste riforme hanno modificato l’equilibrio delle forze di classe nei villaggi a favore dei contadini, indebolendo sostanzialmente il dominio dei grandi proprietari terrieri e degli usurai. La proporzione dei rappresentanti Dalit e dei panchayat tribali è cresciuta ben al di sopra della loro quota di popolazione.

 

Caption: Communist leader Jyoti Basu (sixth from the left in the front row; no glasses), who later became the Chief Minister of West Bengal, at a Bhukha Michhil (’procession of the hungry’), during the Food Movement of 1959. Credit: Ganashakti

Il leader comunista Jyoti Basu (sesto da sinistra in prima fila, senza occhiali), che in seguito divenne il primo ministro del Bengala Occidentale, a un Bhukha Michhil (“processione degli affamati”), durante il Movimento per il cibo del 1959.
Ganashakti

 

Tripura

A Tripura, il Consiglio per la liberazione del popolo guidato dai comunisti (Ganamukti Parishad) è stato formato nel 1948. Ha guidato le rivendicazioni più particolarmente urgenti per le popolazioni tribali, come la fine del lavoro forzato e le pratiche usurarie di prestito di denaro.

Dopo la partizione dell’India nel 1947, Tripura ha subito un’ondata di rifugiati provenienti dal Pakistan Orientale (attuale Bangladesh). A causa dei disordini politici e delle tensioni inter comunitaria nel Pakistan Orientale, questa immigrazione è proseguita fino agli anni Cinquanta e Sessanta. L’immigrazione ha avuto un particolare impatto sulla popolazione tribale per quanto riguarda l’uso della terra. Prima che il Fronte di sinistra salisse al potere, l’amministrazione statale era complessivamente apatica nei confronti della condizione dei rifugiati. Il movimento politico guidato dalla Parishad Ganamukti e dai comunisti negli anni Cinquanta e Sessanta sollevò una serie di richieste: la protezione delle terre tribali, la corretta riabilitazione dei rifugiati e la fine dello sfratto dei mezzadri tribali. Le lotte comuni dei contadini, sia tribali che non tribali, hanno contribuito a rafforzare l’unità del movimento.

Il Fronte di Sinistra guidato dal CPI(M) è salito al potere a Tripura nel 1978, con Nripen Chakraborty nel ruolo di Ministro. Tra le misure attuate dal Fronte di Sinistra, la piena attuazione delle riforme agrarie contribuì ad arrestare l’acquisizione illegale di terre tribali, in molti casi riconoscendo la restaurazione delle terre tribali, oltre a garantire i diritti dei mezzadri attraverso un emendamento alla legislazione sulla riforma agraria nel 1979, e a promuovere in una certa misura la ridistribuzione delle terre ai senza terra e ai contadini poveri. Nel 1979 è stata approvata la Legislazione del Consiglio del Distretto autonomo (ADC) – che mirava al decentramento democratico e all’autonomia regionale delle popolazioni tribali. La lingua tribale Kokborok è stata inclusa come una delle lingue ufficiali dello Stato.

Dai primi anni Ottanta, Tripura ha vissuto un’ondata di violenza insurrezionale legata alle fortissime spinte secessioniste, che si è protratta fino agli anni Novanta e alla metà degli anni Duemila. L’insicurezza fisica causata dall’insurrezione è stata una delle principali sfide dello Stato fino alla metà degli anni 2000. Tuttavia, alla fine degli anni 2000, un approccio su più fronti da parte del governo del Fronte di sinistra ha portato a una netta riduzione della violenza legata all’insurrezione, puntando soprattutto su campagne politiche di massa e su particolari iniziative di sviluppo nelle aree tribali.

Il ritorno della pace ha portato al rilancio di queste iniziative di sviluppo, e Tripura ha ottenuto risultati significativi in termini di alfabetizzazione, istruzione, salute, reddito pro capite e decentramento democratico. La protezione dei diritti delle popolazioni tribali e l’unità tra tribali e non tribali sono diventati i punti di forza più significativi del movimento comunista e democratico di Tripura.

Il Fronte di sinistra è stato al governo a Tripura dal 1978 al 1988, e di nuovo dal 1993 al 2018. Ha perso le elezioni per il governo dello Stato nel 2018. La difficoltà è stata da un lato dialogare con le aspirazioni della classe media, nel confronto con le politiche neo-liberali promosse dal governo centrale e con la conseguente riduzione degli investimenti. Dall’altro lato, enormi quantità di denaro sono state pompate a Tripura dal partito di estrema destra Bharatiya Janata Party (BJP) per diffondere la disinformazione attraverso i social media e altri mezzi. Si sono verificati anche violenti attacchi contro i comunisti da parte delle forze di destra. Nonostante questa sconfitta elettorale, i comunisti di Tripura continuano ad essere una forza significativa e continuano a combattere la repressione scatenata dal Bjp.

 

L’era neo-liberale

Nel 1991 l’India è entrata ufficialmente nell’era neo-liberale, sebbene la deriva fosse evidente già da prima con il crescente potere dei grandi capitalisti indiani. I comunisti hanno combattuto con le unghie e con i denti contro i piani del governo sui fronti delle privatizzazioni della svendita di beni e servizi pubblici e dell’erosione dei diritti dei lavoratori. Il crollo dell’Unione Sovietica ha accelerato lo spostamento dell’India verso una forma  di capitalismo più aggressiva. Di pari passo con il neoliberismo si è verificata l’ascesa di forze politiche di destra determinate a privare l’India della sua tradizione di laicità per trasformarlo in uno stato esclusivamente indù. Queste forze sono guidate dall’organizzazione fascista Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), con numerose organizzazioni affiliate, tra cui il suo principale braccio politico-elettorale, il BJP.

Verso la fine degli anni Novanta, la rete dei Partiti Comunisti a livello nazionale insieme ad altri partiti del Fronte di Sinistra, hanno sostenuto due successivi governi di coalizione, entrambi però di breve durata. L’influenza dei comunisti nella politica nazionale nell’India post-indipendenza è stata relativamente forte nel periodo 2004-2007, quando il CPI (M), il CPI, e altri due partiti di sinistra, il Partito Socialista Rivoluzionario e l’All India Forward Bloc, si sono trovati a sostenere un governo di coalizione al centro guidato dal Partito del Congresso. Il primario obiettivo era contrastare l’avanzata del BJP. Risalgono a quel periodo diverse misure in sostegno ai lavoratori, tra cui un vasto piano di tutela dell’occupazione rurale, oltre alla Legge per l’Informazione (Right to Information Act, che ha sensibilmente migliorato la trasparenza a livello di governance) e la Legge per i Diritti delle Foreste (Forest Rights Act, per salvaguardare almeno un minimo il diritto alla terra e ad altre risorse vitali per le popolazioni tribali e per le moltitudini che abitano nelle foreste). Ma la spinta neo-liberale non è stata invertita, e alla fine i partiti della sinistra hanno ritirato il loro sostegno al governo nel 2008, a causa dell’accordo nucleare stipulato con gli Stati Uniti, che sanciva un pressoché totale allineamento dell’India con l’imperialismo americano.

La svolta più cruciale, tuttavia, si è verificata nel 2007 nel Bengala occidentale. Il Fronte di Sinistra aveva ottenuto una vittoria schiacciante nelle elezioni per l’assemblea statale del 2006. Ma con il progressivo cedimento alle politiche neo-liberaliste sul fronte dell’economia, tutti gli Stati della Federazione indiana hanno visto declinare la loro autonomia. Di più: a livello centrale è stata promossa una  vera e propria competizione tra gli Stati nella corsa a chi riusciva ad attrarre più investimenti, e gli Stati che davano priorità alle tutele sul fronte dei diritti (diritti ambientali, diritti dei lavoratori e così via) sono risultati perdenti. Mentre i successivi governi centrali avevano regolarmente discriminato il Bengala occidentale sul fronte degli investimenti pubblici, gli investimenti privati ed esteri sono andati agli Stati disposti a concedere sostanziali agevolazioni fiscali, e sensibili esenzioni in termini di leggi e tutele sul lavoro. Il Bengala Occidentale ha sofferto più di ogni altro, in questa corsa al ribasso. Lo stimolo alla crescita che era stato in precedenza possibile grazie alle riforme agrarie era rallentato, e all’orizzonte non si presentavano molte alternative rispetto alla corsa agli investimenti dall’estero.

Mentre il governo del Fronte di Sinistra cercava di attrarre investimenti privati, i tentativi di acquisire terreni dai contadini per la transizione all’industrializzazione divennero oggetto di aspre proteste e controversie. La situazione di obiettiva impasse volse definitivamente in crisi quando strumentalizzando lo scontento dei contadini, il principale Partito di Opposizione in Bengala Occidentale (il Trinamool, guidato da Mamata Banerjee) emerse come possibile alternativa di governo, rispetto al pluridecennale Fronte di Sinistra. Questa complessa situazione determinò la sconfitta elettorale dei comunisti nelle elezioni dell’assemblea statale del 2011, dopo di che la destra ha scatenato una vera e propria campagna di terrore e violenza, che è proseguita negli anni successivi. Più di 250 quadri e sostenitori dei partiti comunisti e di altri partiti di sinistra sono stati uccisi; migliaia di sostenitori della sinistra sono stati cacciati dalle loro case e dai loro villaggi.

Tuttavia, le lotte guidate dai comunisti continuano in Bengala e nel resto del Paese. I comunisti hanno raddoppiato gli sforzi per organizzare la forza lavoro che, soprattutto nelle aree urbane, risulta sempre più penalizzata dalla ricattabilità di situazioni di reclutamento a corto termine, a tutti gli effetti definibili come caporalato. Un particolare successo si è registrato nell’organizzazione del lavoro femminile in alcune aree-chiave, come i programmi governativi e le fabbriche di abbigliamento. Anche gli sforzi per organizzare le lavoratrici domestiche e le lavoratrici agricole si stanno concretizzando. La mancanza di un posto di lavoro comune permanente e l’elevata quantità di lavoro a domicilio rappresentano una sfida organizzativa per i comunisti. Nonostante ciò, si sono verificate numerose mobilitazioni di successo anche in queste  situazioni.

Fondamentale per tutte queste lotte è la lotta contro il sistema delle caste e la capillare sensibilizzazione contro la discriminazione di casta, la cui violenza è significativamente aumentata negli ultimi decenni. I comunisti hanno combattuto l’oppressione delle caste sin dall’inizio del loro movimento in India, e questa lotta continua. ma si tratta certamente della sfida più difficile per il movimento comunista in India. A partire dalla fine degli anni Novanta sono state create diverse nuove piattaforme a guida comunista per sostenere il difficile progetto di “annientamento del sistema delle caste” che già era stato di B.R.Ambedkar fin dalla metà degli anni ’30 (e come principale “autore” della Costituzione indiana, subito dopo la dichiarazione di Indipendenza nel 1947, su invito dello stesso Nehru). Tutte queste piattaforme hanno combattuto per mettere fine a pratiche sociali ripugnanti, per sancire il diritto alla terra per le caste oppresse e per assicurare un’azione positiva nell’istruzione e nel lavoro per le comunità più emarginate. In tutte queste lotte, l’obiettivo dei comunisti indiani è costruire il più ampio fronte possibile contro l’oppressione e la violenza delle caste, per arginare la violenza contro le donne e per l’emancipazione di tutti i gruppi oppressi.

Oltre alla significativa partecipazione e leadership delle donne nelle lotte dei lavoratori e dei contadini, il movimento delle donne democratiche di sinistra ha giocato un ruolo significativo in diverse battaglie per l’emanazione di leggi che garantiscano alle donne i diritti dei cittadini, come il diritto alla proprietà e al divorzio. I movimenti contro la violenza di genere hanno fatto da sfondo a importanti emendamenti alla legge anti-stupro. Le lotte contro le atrocità di casta e contro i delitti d’onore (in cui vengono uccise le coppie che scelgono di sposarsi o di avere relazioni che sfidano le norme di casta) hanno conseguito sensibili progressi negli ultimi decenni, in particolare nello stato di Haryana, grazie all’attivismo della All India Democratic Women’s Association (Associazione delle donne democratiche dell’India) dichiaratamente comunista.

L’ascesa di quel progetto politico-religioso noto come Hindutva (ovvero la politicizzazione del peggior fondamentalismo indù dichiaratamente ispirato al fascismo e quindi di estrema destra) e le varie mobilitazioni “comunaliste” attizzate sempre più spesso ovunque, hanno posto serie sfide alle lotte emancipatrici guidate dai comunisti e hanno creato inevitabili scismi anche nel movimento operaio. Mentre l’RSS, il BJP e altre formazioni fasciste sono riuscita a  incanalare in manifestazioni inter-comunaliste sempre più violente la frustrazione crescente anche nella classe operaia di matrice indù (che ha sofferto non poco degli effetti delle politiche neo-liberaliste), i comunisti sono rimasti spesso isolati. Nel quadro di una complessiva resa, da parte di molte formazioni politiche, di fronte all’avanzata sempre più aggressiva dei fascisti, i comunisti sono sempre stati in prima linea all’interno di un’ampia coalizione con altre forze laiche e progressiste, nella difesa della vita e dei diritti delle minoranze, malgrado un’India sempre più condizionata dall’Hindutva.

Nell’attuale era di estremismo neo-liberale, che vede l’alleanza della borghesia indiana con l’imperialismo statunitense e la sistematica degenerazione della politica in termini di scontro tra diversi identitarismi troppo spesso inquinato dall’interventismo di questa o quella Organizzazione non governativa, i Comunisti indiani continuano ad essere in prima linea in tutte le rivendicazioni di giustizia. La crescente repressione da parte dello Stato può aver messo a tacere il dissenso e le voci di molti, ma non dei Comunisti. Il Movimento Comunista riconosce che le lotte che ci attendono sono difficili e devono essere affrontate con lo spirito migliore e la giusta dose di speranza.

Il Comunismo indiano, che quest’anno compie 100 anni, resta un progetto incompiuto. È fluido e mobile. È stato indebolito dall’ascesa del neo-liberismo. Ma è in grado di riconoscere i suoi limiti e le sue opportunità. Solo un’onesta valutazione dei problemi come delle potenzialità, senza rancore e amarezza, indicherà la via da seguire. E sarà una via essenziale per il popolo indiano, perché senza di essa sarà solo barbarie.

 

Caption: Farmers in Sikar, Rajasthan conducting a mock funeral of the BJP government of the state of Rajasthan as part of a struggle led by the All India Kisan Sabha, 3 September 2017. Credit: All India Kisan Sabha

Gli agricoltori di Sikar, Rajasthan, inscenano un finto funerale del governo del BJP dello stato del Rajasthan come parte di una lotta guidata dall’All India Kisan Sabha, 3 settembre 2017.
Archivio All India Kisan Sabha

 


[1]: Il comunalismo nell’Asia meridionale definisce una tipologia di polarizzazione politica su base essenzialmente religiosa e identitaria, nutrita da interessi molto concreti di supremazia, sia sul piano economico che ideologico. I partiti politici che aderiscono alla visione del mondo del comunalismo sono chiamati Partiti Comunalisti; termini come “violenza comunalista” e “disordini comunalisti” sono usati per indicare gli scontri tra persone appartenenti a comunità religiose diverse, nel contesto di un’atmosfera caratterizzata da un forte contrasto tra comunità.